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L’equazione di Cassandra – Lorenzo Quadraro

L’equazione di Cassandra è un romanzo che contiene in sé tre storie parallele, destinate a incrociarsi solo una volta verso la fine del libro, nel momento risoluto del tutto. Nello specifico si tratta di: 1) un romanzo di formazione/sentimentale che narra della relazione amorosa di Giulio e Adele, promettente studente di fisica lui, travagliata ragazza lei; 2) un noir/thriller che vede coinvolta Ilaria, madre single trentaduenne, ex soldatessa e ora guardia giurata, che per affrontare i debiti accumulati per salvare la figlia da una malattia letale arriva a progettare una rapina ai danni di spacciatori latino americani; 3) un secondo romanzo di formazione di cui protagonista è proprio Cassandra, alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto.

La verità di Cassandra, a cui nessuno crederebbe

La struttura del testo, a primo sguardo semplice, è in realtà complicatissima: mentre la prima parte coinvolge solo la storia di Giulio e Adele, e l’ultima è dedicata a Cassandra e avviene una ventina d’anni dopo la conclusione della trama principale, nelle due parti centrali si svolgono in parallelo, fino a quasi la fine, le narrazioni di Giulio e di Ilaria. L’effetto è straniante all’inizio, poiché sembra di avere a che fare con due testi separati: soprattutto dato lo stacco netto a pagina 111, quando inizia la parte due, e l’assenza pressoché totale di indizi di un loro eventuale congiungimento finale. 

Tuttavia, man mano che la narrazione evolve e qualche suggerimento salta fuori (nella terza parte), la storia si fa coinvolgente e la trama stessa subisce una (necessaria) accelerazione. I pezzi cominciano ad assemblarsi e la luce in fondo al tunnel si fa più evidente. (Considerazione en passant: interessante è stata la scelta di usare, come evento d’unione, un elemento che nella storia di Ilaria è principale mentre in quella di Giulio vede protagonista uno dei personaggi secondari, che solo superficialmente dunque tocca la storia centrale.)

La storia potrebbe dirsi conclusa già con la terza parte, la quale ha uno dei “finali” più amari che mi sia capitato di leggere ultimamente, e per il quale non posso non complimentarmi con l’autore per il coraggio di questa sua scelta. In ogni caso il libro prosegue, e la quarta parte dona a noi lettori il vero finale, di una dolcezza smisurata e appagante.

Nel buco nero della lingua

Poco più su ho parlato di luce in fondo al tunnel. Non è una scelta di parole casuale, poiché questo romanzo, fondato su un’idea centrale molto interessante e robusta, soffre di due enormi difetti che falcidiano l’attenzione del lettore: il primo riguarda l’autore; il secondo, meno rilevante ma comunque fastidioso, l’editore. Sul primo punto, si può dire che un libro di 341 pagine avrebbe potuto essere scritto in circa 240: la narrazione infatti non è solo ricca e colorita, ma sovrabbondante nelle descrizioni, satura di aggettivi e avverbi che appesantiscono la lettura. La prima parte (circa cento pagine), avendo oltretutto una trama debolissima, avrebbe potuto essere tagliata di un buon 70% in favore delle parti successive, decisamente più strutturate ma comunque non esenti dal problema. Si consideri questo passaggio, preso dall’inizio della seconda parte, in cui ho evidenziato aggettivi e avverbi:

Il cancello si aprì con un’impercettibile clangore metallico e Ilaria entrò nel giardino privato della casa. Tutto intorno a lei vi era una distesa di piante di lavanda e di azalee che emanavano un dolce profumo, mosse leggermente dalla brezza notturna e illuminate da led sapientemente disposti. La visione d’insieme di quell’abitazione era affascinante e l’atmosfera che si respirava era suggestivamente studiata.

La massiccia presenza di ripetizioni, avverbi e descrizioni superflue storpia la lettura, soprattutto se vengono riprese cose già dette in precedenza; ma se questo è fastidioso in un testo lineare, diventa più problematico in un romanzo con due storie parallele che si intrecciano tardi nella trama: il punto debole principale di un libro come questo è infatti rischiare che il lettore sia disorientato da due narrazioni separate, per poi rimanere affascinato alla fine, quando tutti gli elementi vanno a incastrarsi. Per evitare che il lettore chiuda il libro prima del gran finale, la capacità di sintesi è necessaria. Purtroppo l’autore sembra non aver colto questo fattore, e ciò che ne risulta è un romanzo potenzialmente d’impatto ma limitato a restare bozzolo.

La colpa non è solo di un autore agli esordi, in ogni caso, e qui arriviamo all’editore: quanto detto sopra è sintomatico di una superficialità (se non di un’assenza totale) di editing. Passino i numerosi avverbi, passino le descrizioni eccessive: ma le ripetizioni no. Se a questo andiamo ad aggiungere problemi numerosi d’impaginazione (righini di una sillaba, orfane, giustificazioni che saltano), il danno è totale.

L’equazione di Cassandra è un romanzo con una trama invidiabile, ben strutturato e complesso al punto giusto. Con una maggiore accuratezza linguistica e una maggiore consapevolezza narrativa, e soprattutto in mano a un altro editore, avrebbe potuto essere molto, molto di più.

 

Informazioni sul libro

L’equazione di Cassandra di Lorenzo Quadraro (romanzo d’esordio)
Viola 2016
341 pagine, 16 euro
Link per l’acquisto

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