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L’equazione di Cassandra – Lorenzo Quadraro

L’equazione di Cassandra è un romanzo che contiene in sé tre storie parallele, destinate a incrociarsi solo una volta verso la fine del libro, nel momento risoluto del tutto. Nello specifico si tratta di: 1) un romanzo di formazione/sentimentale che narra della relazione amorosa di Giulio e Adele, promettente studente di fisica lui, travagliata ragazza lei; 2) un noir/thriller che vede coinvolta Ilaria, madre single trentaduenne, ex soldatessa e ora guardia giurata, che per affrontare i debiti accumulati per salvare la figlia da una malattia letale arriva a progettare una rapina ai danni di spacciatori latino americani; 3) un secondo romanzo di formazione di cui protagonista è proprio Cassandra, alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto.

La verità di Cassandra, a cui nessuno crederebbe

La struttura del testo, a primo sguardo semplice, è in realtà complicatissima: mentre la prima parte coinvolge solo la storia di Giulio e Adele, e l’ultima è dedicata a Cassandra e avviene una ventina d’anni dopo la conclusione della trama principale, nelle due parti centrali si svolgono in parallelo, fino a quasi la fine, le narrazioni di Giulio e di Ilaria. L’effetto è straniante all’inizio, poiché sembra di avere a che fare con due testi separati: soprattutto dato lo stacco netto a pagina 111, quando inizia la parte due, e l’assenza pressoché totale di indizi di un loro eventuale congiungimento finale. 

Tuttavia, man mano che la narrazione evolve e qualche suggerimento salta fuori (nella terza parte), la storia si fa coinvolgente e la trama stessa subisce una (necessaria) accelerazione. I pezzi cominciano ad assemblarsi e la luce in fondo al tunnel si fa più evidente. (Considerazione en passant: interessante è stata la scelta di usare, come evento d’unione, un elemento che nella storia di Ilaria è principale mentre in quella di Giulio vede protagonista uno dei personaggi secondari, che solo superficialmente dunque tocca la storia centrale.)

La storia potrebbe dirsi conclusa già con la terza parte, la quale ha uno dei “finali” più amari che mi sia capitato di leggere ultimamente, e per il quale non posso non complimentarmi con l’autore per il coraggio di questa sua scelta. In ogni caso il libro prosegue, e la quarta parte dona a noi lettori il vero finale, di una dolcezza smisurata e appagante.

Nel buco nero della lingua

Poco più su ho parlato di luce in fondo al tunnel. Non è una scelta di parole casuale, poiché questo romanzo, fondato su un’idea centrale molto interessante e robusta, soffre di due enormi difetti che falcidiano l’attenzione del lettore: il primo riguarda l’autore; il secondo, meno rilevante ma comunque fastidioso, l’editore. Sul primo punto, si può dire che un libro di 341 pagine avrebbe potuto essere scritto in circa 240: la narrazione infatti non è solo ricca e colorita, ma sovrabbondante nelle descrizioni, satura di aggettivi e avverbi che appesantiscono la lettura. La prima parte (circa cento pagine), avendo oltretutto una trama debolissima, avrebbe potuto essere tagliata di un buon 70% in favore delle parti successive, decisamente più strutturate ma comunque non esenti dal problema. Si consideri questo passaggio, preso dall’inizio della seconda parte, in cui ho evidenziato aggettivi e avverbi:

Il cancello si aprì con un’impercettibile clangore metallico e Ilaria entrò nel giardino privato della casa. Tutto intorno a lei vi era una distesa di piante di lavanda e di azalee che emanavano un dolce profumo, mosse leggermente dalla brezza notturna e illuminate da led sapientemente disposti. La visione d’insieme di quell’abitazione era affascinante e l’atmosfera che si respirava era suggestivamente studiata.

La massiccia presenza di ripetizioni, avverbi e descrizioni superflue storpia la lettura, soprattutto se vengono riprese cose già dette in precedenza; ma se questo è fastidioso in un testo lineare, diventa più problematico in un romanzo con due storie parallele che si intrecciano tardi nella trama: il punto debole principale di un libro come questo è infatti rischiare che il lettore sia disorientato da due narrazioni separate, per poi rimanere affascinato alla fine, quando tutti gli elementi vanno a incastrarsi. Per evitare che il lettore chiuda il libro prima del gran finale, la capacità di sintesi è necessaria. Purtroppo l’autore sembra non aver colto questo fattore, e ciò che ne risulta è un romanzo potenzialmente d’impatto ma limitato a restare bozzolo.

La colpa non è solo di un autore agli esordi, in ogni caso, e qui arriviamo all’editore: quanto detto sopra è sintomatico di una superficialità (se non di un’assenza totale) di editing. Passino i numerosi avverbi, passino le descrizioni eccessive: ma le ripetizioni no. Se a questo andiamo ad aggiungere problemi numerosi d’impaginazione (righini di una sillaba, orfane, giustificazioni che saltano), il danno è totale.

L’equazione di Cassandra è un romanzo con una trama invidiabile, ben strutturato e complesso al punto giusto. Con una maggiore accuratezza linguistica e una maggiore consapevolezza narrativa, e soprattutto in mano a un altro editore, avrebbe potuto essere molto, molto di più.

 

Informazioni sul libro

L’equazione di Cassandra di Lorenzo Quadraro (romanzo d’esordio)
Viola 2016
341 pagine, 16 euro
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D’amore, corna e poligamia – Vincenzo Policreti

Di Dalia edizioni ho già apprezzato e recensito l’emozionante I partigiani non c’erano di Germano Rubbi. Dal Salone di Torino sono tornato con l’ultimo romanzo di Vincenzo Policreti, già autore del libro Il ladro e la verità… e quindi ve ne parlo.

(Mi dilungo un istante sulla premessa: il font e la carta usati per la collana di narrativa di Dalia sono bellissimi.)

Policreti fra scrittura e psicologia

D’amore, corna e poligamia ha una trama piuttosto lineare: un tradimento che conduce a una situazione di instabilità familiare. A complicare le cose ci sono di mezzo un bambino e i genitori del traditore, i quali accolgono in casa la moglie tradita. La linearità della trama comunque resta invariata fino alle ultime quaranta pagine, dove avviene un colpo di scena coi fiocchi, purtroppo parzialmente rovinato dalle continue intromissioni dell’autore. Policreti, infatti, per qualche motivo che mi è sfuggito si è inserito nella trama chiudendo molti capitoli con pesanti anticipazioni che hanno portato a uno smorzamento della sorpresa di alcuni evoluzioni che, senza quegli interventi, sarebbero state di gran lunga più inattese.

Ma non è la trama a colpire in questo libro, per fortuna, quanto piuttosto lo stile e il tema.

Riguardo il primo, Policreti usa un registro alto, a tratti ricercato, che conferisce al romanzo una nota molto peculiare e lascia piacevolmente sorpresi quando poi si tratta invece di calcare la mano su termini più volgari. Non è per niente facile mantenere un linguaggio pulito per tutto il libro e poi riuscire a sporcarlo quando necessario, mantenendo la credibilità anche quando si tratta di inserire una bestemmia al punto giusto. Al di là di certi moralismi (che io comunque non mi pongo) bisogna riconoscere il coraggio dello scrittore che decide di percorrere questa via, così come bisogna riconoscerne la bravura quando il risultato funziona.

Riguardo il secondo punto, i temi dell’amore, del tradimento e della poligamia vengono affrontati in modo molto originale; soprattutto il terzo. Le ultime pagine, dedicate al confronto con un “ironico Shelock Holmes della psicologia”, assumono infatti la forma del saggio e vanno a toccare il delicatissimo e annoso problema della contrapposizione fra morale comune, spesso molto rigida, ed etica individuale.

La verità, sembra dirci il Dottore (ovvia immedesimazione del Vincenzo Policreti psicologo), è che spesso agiamo in un certo modo perché dobbiamo, anche se quasi mai ci è chiaro “perché dobbiamo”. L’assurda convinzione che dopo anni di matrimonio e dopo una certa età il sesso diventi una “zozzeria” repellente, un mero obbligo coniugale; l’altrettanto assurda idea che i rapporti debbano per forza essere di coppia, e che frequentare più di un partner sia qualcosa di scandaloso anche se gli altri partner sono consapevoli e consenzienti: questi sono alcuni degli argomenti trattati nel romanzo, portati avanti con un’eleganza inaspettata, in grado di sfidare le più difficili convinzioni ed evidenziare che il pluralismo etico è e deve essere alla base delle scelte individuali, di coppia, di gruppo.

Senza incancrenirsi su convinzioni che spesso non ci appartengono, basate il più delle volte su istituzioni vecchie e non più adatte ai nostri tempi.

 

Informazioni sul libro

D’amore, corna e poligamia di Vincenzo Policreti
Dalia 2016
207 pagine, 16 euro
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La stanza di Therese – Francesco D’Isa

Con la domanda riportata nell’immagine di copertina di questa recensione, Sofia risponde a una delle elucubrazioni che la sorella Therese le ha posto. Quest’ultima infatti, rinchiusasi in una stanza d’albergo per affrontare il proprio percorso spirituale, scrive dei monologhi epistolari, a cui Sofia risponde rimandando indietro le lettere con l’aggiunta di alcune note a margine. In queste si parla di vita quotidiana, letture, speculazioni filosofiche e recriminazioni sul passato. Nove mesi passano così, un tempo simbolico che segna la gestazione e il ritorno al mondo di Therese.

La solitudine metafisica di Therese

La stanza di Therese è un collage di testi, immagini e rimandi letterari e filosofici; è un romanzo-saggio eclettico che mira a fuoriuscire dalle pagine del libro per allungare le dita nella realtà e coinvolgere il lettore in una sorta di “immersione a quattro dimensioni”. D’altronde è rinomato come la complessità linguistica e un necessario approccio multilivello all’interpretazione testuale, insieme alla scelta editoriale di pubblicare solo quattro romanzi all’anno e di non andare oltre le duecento pagine circa, siano elementi identitari della collana romanzi di Tunué – basta dare un’occhiata agli incipit degli ultimi due testi della collana, Mescolo tutto di Yasmin Incretolli e Medusa di Luca Bernardi, per rendersene conto.

L’idea alla base del testo di Francesco D’Isa di per sé è dunque stimolante e interessante; tuttavia il suo potenziale sembra non essere stato sviluppato appieno.

Delle protagoniste, ad esempio, veniamo a sapere che hanno circa trent’anni, sono laureate e hanno caratteri molto diversi: schivo, astratto e idealistico la prima; espansivo, concreto e pragmatico la seconda. Intuiamo che ci sono problemi familiari dietro, oltre a un incidente da cui Therese ha ricavato l’indennità con cui si paga la permanenza nell’albergo. I personaggi, tuttavia, muovendosi sempre e solo intorno a questi pochi elementi biografici, non riescono a staccarsi dallo sfondo; non risaltano cioè quali individui di carne e ossa, come due personaggi letterari dovrebbero apparire.

Prendiamo in considerazione il seguente “botta e risposta”. Therese scrive:

Che valore hanno successo, potere, amore, piacere, dolore e desideri, davanti all’infinito? Una volta pensata la domanda non c’è via di ritorno. […] Potrebbe trattarsi di una conseguenza del mio incidente, dopotutto una lunga degenza è come un corso forzato in metafisica; oppure le radici della domanda sono dovute all’assenza di un’educazione religiosa da parte dei nostri genitori.

A questo Sofia risponde: La causa della tua “filosofia” non è l’infinito, ma una propensione a produrre poca serotonina che hai ereditato dalla mamma.

 Il tutto risulta in un “mancato dialogo”, e ciò che al lettore arriva è l’immagine di una superficie appena grattata: ci sarebbero anche delle radici in cui affondare, ma non si hanno le informazioni per accedervi. D’altro canto bisogna riconoscere che Francesco D’Isa è bravissimo a delineare Sofia tramite gli abbozzi di risposta, e attraverso il non detto riesce a rendere la complicità, l’antagonismo e il senso di gelo che intercorrono fra le sorelle.

Per quanto riguarda la trama, viene da pensare che sia puramente funzionale. D’Isa, tramite i dubbi esistenziali di Therese, cerca di indagare con occhio post moderno le principali domande della storia della filosofia, facendo riflettere il lettore su tematiche quali l’esistenza di Dio e i confini dello scibile. È un intento molto nobile ma che va incontro a non poche difficoltà, perlopiù dovute alla quantità di spazio dedicata ai vari argomenti.

Per seguire i ragionamenti di Therese senza perdersi nel marasma di paradossi e concetti, infatti, bisogna conoscere gli autori che nomina. Si spazia da Parmenide a Wittgenstein passando per Platone, Aristotele, Agostino, meister Eckhart, Spinoza, Leibniz, Hegel, Nietzsche e molti altri. Tuttavia, se si conoscono questi filosofi le argomentazioni risultano troppo blande per stimolare una riflessione; se non si conoscono, invece, risultano troppo complesse.

Per evitare di dover studiare l’intera storia della filosofia, possiamo considerare i riferimenti ai filosofi come principi d’autorità e rifarci solo alle tesi di Therese, le quali però risultano appena abbozzate: in poche pagine passiamo da discorsi sull’esistenza di Dio a domande sull’infinito; da considerazioni sul bene e sul male ad altre sui paradossi di Zenone; da domande su cosa sia reale all’illusione del tempo. È difficilissimo seguire quelli che sembrano veri e propri vaneggiamenti di una mente che ha passato troppo tempo rinchiusa in una stanza d’albergo fino ad aver perso di vista la realtà (ricordiamo come per Therese una lunga degenza è come un corso forzato in metafisica). Le risposte di Sofia fanno propendere per questa ipotesi: molto spesso liquida la sorella definendola una persona che non vuole affrontare i suoi problemi, o schernisce i suoi ragionamenti affermando che importanza ha? e se ti vedesse nostro padre!.

Un altro elemento critico per seguire i ragionamenti di Therese è che tutto risulta troppo astratto: non ci sono ancoraggi empirici né problematiche reali a cui fare capo per comprendere il perché di certi dubbi esistenziali, come siano nati e come sia arrivata Therese a chiudersi in una stanza d’albergo.

La stanza di Therese si presenta dunque come un gioco linguistico e meta letterario in cui ci si immerge col rischio di restare esclusi. Questa sensazione risulta ancora più vivida se consideriamo l’esistenza su L’indiscreto, la rivista diretta da Francesco D’Isa, di una serie a puntate chiamata Gli appunti di Therese, in cui appaiono quelle che sembrano essere bozze del romanzo (la prima è del 27 luglio 2015). Qui troviamo parti di testo corredate dalle immagini usate nella versione definitiva, sebbene l’incipit – ossia l’appunto #1 – sia diverso: si parla di un fattorino che lascia al narratore i fogli di Therese. Leggiamo:

Tra i lasciti di Therese c’è anche un’ampia selezione di libri, il meno bello dei quali è l’unico il cui autore sia attualmente in vita. Qui entro in scena io, perché il romanzo in questione, “Ultimo piano (o Porno Totale)” edito da Imprimatur nel 2015, è opera mia.

Piccola nota di chiusura: fra rimandi, ritagli e citazioni nel libro troviamo, a pagina 73 e 74, la lista di testi che Therese ha acquistato, e che mostra alla sorella per sedare la [sua] curiosità bibliografica. Viene da pensare che sia una sorta di bibliografia per il lettore, affinché possa comprendere meglio i temi trattati nella nel romanzo Tunué (certamente è una vasta bibliografia, molto costosa in termini di tempo e denaro: la fattura arriva a quasi cinquemila euro!). Qui, in terza posizione della seconda colonna a pagina 73, compaiono anche Francesco D’Isa e la sua Stanza di Therese. Tuttavia l’autocitazione non viene ripresa, risultando così come un mero Easter egg.

 

Informazioni sul libro

La stanza di Therese di Francesco D’Isa
Tunué 2017
116 pagine, 12 euro
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Chiudi gli occhi e guarda – Nicola Pezzoli

Chiudi gli occhi e guarda è il secondo romanzo di Nicola Pezzoli dedicato a Corradino: segue Quattro soli a motore e precede Mailand (quest’ultimo l’ho comprato al Salone del libro di Torino, da cui sono – ahimè – tornato proprio oggi).

“Il mio nome è corradino” disse Nicola Pezzoli

I romanzi di formazione di Pezzoli sono peculiari: non si svolgono in archi temporali lunghi, come capita spesso ai testi di questo genere, bensì colgono un momento ben preciso durante il quale avviene qualcosa in grado di stravolgere la vita. Se Quattro soli a motore è ambientato nell’estate del 1978 e a farla da padrone è il misto di curiosità e terrore verso Villa Kestenholz (la quale a posteriori ricorda da lontano la villa di Boo Radley del Buio oltre la siepe), Chiudi gli occhi e guarda è ambientato nell’estate successiva. Stavolta non ci sono liti familiari, bullismi o paesini sperduti: al centro di tutto c’è il mare. Un mare così ingombrante nei pensieri da diventare il Mare.

Ci sono anche gli amori impossibili e idealizzati: verso una cugina che ha “più del doppio” degli anni di Corradino; verso una ragazzina di quindici anni, così vicina eppure irraggiungibile; verso un ragazzo, il cui bacio manda all’aria ogni certezza e fa dire una frase che preannuncia la catastrofe:

le Daniele potevano andar bene per sposarle, avere figli e ligitarci tutti i giorni, ma […] l’Amore sarebbe potuto succedere solo con gli Alessi.

Il Mare e l’estate del 1979 sono fatti di giorni lunghissimi e notti evanescenti, giornate quasi oniriche nel loro andamento surreale; ma sono fatti soprattutto di nomi impressi nella memoria anche vent’anni dopo, quando delle persone collegate a quei nomi niente resta se non immagini sfocate.

Pezzoli abbandona qui l’ironia tagliente di Quattro soli a motore a favore di una più delicata, forse meno d’impatto ma più adatta al periodo storico. Abbandona anche l’aggressività del suo primo romanzo di formazione (un’aggressività necessaria per affrontare gli anni dell’infanzia) e utilizza un linguaggio più poetico e in grado di ispirare tenerezza e malinconia. Sono d’altronde questi sentimenti tipici di un’età in cui nascono l’amore e la passione, in cui si comincia a capire che non esiste solo il bianco o il nero. L’adolescenza è l’età in cui si comincia a capire che per gli altri esseri umani si possono provare sentimenti contrastanti, che l’amore e l’odio sono molto più simili di quanto si possa pensare.

Informazioni sul libro

Chiudi gli occhi e guarda di Nicola Pezzoli
Neo. 2015
129 pagine, 12 euro
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Le otto montagne – Paolo Cognetti

Dopo essermi cimentato con le sue raccolte di racconti (Manuale per ragazze di successo, Una cosa piccola che sta per esplodere e Sofia si veste sempre di nero), ho finalmente affrontato Le otto montagne, il primo romanzo di Paolo Cognetti e semifinalista allo Strega di quest’anno.

Sulle otto montagne del mondo

Come tutte le storie di Cognetti, anche Le otto montagne è una storia di formazione. È la storia di Pietro, della sua famiglia, dell’amicizia con Bruno e del suo rapporto con la montagna. Lo seguiamo in oltre trent’anni di Italia che cambia, attraverso Milano, nel paesino di Grana, nella Torino degli anni duemila, fino addirittura in Nepal, fra i ghiacci dell’Himalaya.

Le otto montagne è la storia di chi è temprato dall’alta quota, dalla neve, dalla solitudine; è la storia di chi, come Pietro e suo padre, ha bisogno di ritirarsi dal mondo in determinati momenti della propria vita; di chi, come la madre, ha bisogno invece di vivere in comunità, là dove i rapporti umani si fanno intensi e costituiscono parte integrante della propria personalità; è anche la storia di chi, però, ha bisogno di vivere in solitudine, e nonostante gli sforzi non riesce proprio a far entrare nella propria esistenza qualcun altro, salvo poche eccezioni.

In perfetto stile Cognetti troviamo qui la rappresentazione della vita nella suo banalità. Questo autore, si sa, racconta gli avvenimenti quotidiani, quelle cose che accadono mentre facciamo altro, di cui a volte neanche ci ricordiamo una volta cresciuti; eppure sono proprio quegli eventi così piccoli a renderci le persone che siamo, perché su quelli si costruisce il senso di identità.

Questo punto di forza è anche il suo limite. Ciò che nelle poche pagine di un racconto di formazione è elemento di ricchezza, nelle (neanche molte, dopo tutto) pagine di un romanzo diventa elemento di dispersione: non essendoci avvenimenti di rilievo nelle Otto montagne, se non la descrizione di una vita, il mio occhio di lettore va alla ricerca di quei momenti emotivi caratteristici della scrittura di Cognetti… spesso non trovandoli. In storie come La ragazza che sei stata Tutte le cose che non so di lei la tensione è fortissima: si assiste al momento drammatico del cambiamento, al dispiegarsi di forze che fino a un certo punto sono solo in potenza, e alla fine diventano esplosione di energia e slancio vitale. In pochissime pagine Cognetti è in grado di caricare una molla pronta a saltare in aria, ed è proprio ciò che leggiamo in La figlia del giocatore, dove si trova la frase che dà il titolo alla raccolta Una cosa piccola che sta per esplodere.

Qui la tensione c’è ma è diluita in 199 lunghe e faticosissime pagine: Le otto montagne, per come è stato costruito e per la storia che narra, è un libro che poteva usarne la metà. Tutta la parte relativa all’infanzia, per quanto abbia momenti interessanti e altamente emotivi, sembra un enorme prologo, sproporzionato rispetto alla vicenda importante, ossia il continuo andare e ritornare di Pietro nella terra natia. Salvando qualche passaggio, se il libro fosse iniziato a pagina 81, dove troviamo la seconda parte, ne avrebbe guadagnato in termini di scioltezza e carico emotivo.

Questa è forse la dimostrazione di come a certi autori sia congeniale un determinato tipo di scrittura: lì sono nati e lì dovrebbero continuare a vivere.

Informazioni sul libro

Le otto montagne di Paolo Cognetti
Einaudi 2016
199 pagine, 18,50 euro
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Grandi donne oniriche: intervista a Marta Zura-Puntaroni

Grande Era Onirica è un testo tanto breve quanto complesso: è stratificato, offre diverse letture e gioca molto sul non detto. E Marta Zura-Puntaroni, con questo suo esordio, mostra di avere già ottime doti. Ho voluto farle qualche domanda per capirne di più, sia sul libro sia su di lei.

Spoiler alert

Questa intervista scava molto in profondità nel testo, rivelando parti di trama e anticipando il finale. La leggete a vostro rischio e pericolo. Per una recensione spoiler-free, potete andare qui.

Le due Marte: Zura-Puntaroni e l’Altra (#2)

Marta Zura-Puntaroni presso lo stand di minimum fax a Book Pride 2017

Fra le tematiche affrontate in Grande Era Onirica troviamo il terreno purtroppo florido delle patologie psichiatriche. A pagina 66 leggiamo: È vero: non credevo di essere depressa. Non credevo di avere comportamenti da depressa. Così è venuto fuori che buona parte delle cose che facevo erano sbagliate.
Senza sconfinare nell’ambito medico, perché secondo te è tanto difficile diagnosticare la depressione e distinguerla da un normale periodo di tristezza acuta? Un periodo in cui, insomma, non si è abbastanza felici, come dice la sorella della protagonista poco più giù nella stessa pagina?

Prima di tutto: le persone hanno paura della depressione. Un genitore o un compagno di una persona potenzialmente affetta da depressione si troverà spesso e volentieri a minimizzare o sottovalutare la malattia, soprattutto se nelle prime fasi non è così grave da portare a fenomeni di auto-abbandono – quando il malato non si cura più minimamente di sé stesso. Perché? Perché fare i conti con i disturbi psichiatrici è difficile per le persone vicine al malato: si devono mettere in gioco, si possono trovare di fronte a sensi di colpa, alla sensazione di non aver fatto abbastanza. Un genitore può pensare di non aver cresciuto bene un figlio e averlo condannato all’infelicità, un marito può pensare di non essere capace di essere di conforto alla moglie e sentirsi inutile. E questo meccanismo agisce anche nel depresso, spesso.


A parte la Ste e Filippo, quasi tutti i personaggi del libro non hanno nomi propri ma sono etichettati con un aggettivo, che da una parte li caratterizza e dall’altra li appiattisce nel proprio ruolo: penso ai vari psicoterapeuti (lo Junghiano, l’Hippy, il Vecchio Argentino), ma lo stesso vale per i ragazzi con cui Marta ha avuto o ha delle relazioni (il Primo, il Poeta e, ovviamente, l’Altro); e, addirittura per Marta stessa, che spesso si autodefinisce la Primogenita.
Al contrario i luoghi di Siena hanno connotati ben precisi: le vie sono descritte in modo colorito e vivace, spesso delineandole con più di un nome.
Perché questa scelta?

Non è stata una scelta programmata in anticipo: soltanto rileggendo le prime stesure mi sono resa conto che Siena era un personaggio più forte e più presente di molti esseri umani del libro. Questo penso si possa spiegare da una parte col terrore dell’abbandono e della morte della protagonista, nonostante i luoghi – la Biblioteca Umanistica, altro grande personaggio, o Siena in generale – non potranno mai veramente “accettarti”. Dall’altra parte i luoghi non possono mai veramente “abbandonarti” come invece può fare un essere umano lasciandoti o morendo. La protagonista sotto certi punti di vista preferisce le relazioni con un’entità come la città di Siena, un luogo che esiste da secoli ed esisterà per secoli, piuttosto che con l’incertezza dell’umanità.


A proposito del Primo, la sua morte prematura ha un duplice effetto su Marta: se, infatti, è in quel momento che si può notare il declino esistenziale e psicologico della protagonista, al contempo la scomparsa in qualche modo rende eterno il sentimento da lei provato nei confronti del ragazzo. Tutti gli altri verranno sempre dopo, saranno sempre secondi per importanza, soggetti come ogni cosa alla decadenza e all’oblio.
È una sorta di rivisitazione in chiave contemporanea di uno dei grandi temi del Romanticismo europeo, la vicinanza di amore e morte?

Ti rispondo molto brevemente perché hai già detto quasi tutto tu: è così ed è una cosa che accade continuamente, l’irruzione della morte inspiegabile nelle nostre vite.


A proposito di Marta: nel 2016 ha ventisei anni, laureata in lettere moderne, vive a Siena, e durante una presentazione hai dichiarato che la figura del nonno somiglia molto al tuo, di nonno.
Ci sono elementi autobiografici nel testo?

Sicuramente ci sono parti autobiografiche, soprattutto quella che riguarda la malattia – la scelta di chiamare la protagonista con il mio nome è dovuta alla mia ferma volontà di scardinare la “vergogna” della depressione. Inoltre molti personaggi dell’infanzia della protagonista sono ispirati a persone reali. Ma appunto si tratta di ispirazioni e suggestioni che ho poi lavorato in forma di romanzo.


Tutti i libri hanno dei genitori spirituali. Quali sono dunque i libri, i film, le canzoni che in qualche modo hanno fatto nascere Grande Era Onirica?

David Foster Wallace

Se ci mettessimo ora ad analizzare ogni singola frase del romanzo verrebbero fuori decine di micro-citazioni di canzoni, film, libri, e così via. Credo sia normale. Penso che la maniera d’esprimersi di ogni essere umano non sia altro che il risultato di tutto quello che ha letto visto e incontrato durante la vita, unito a una minima parte di irreplicabilità e “innatismo” – quella minima parte che però determina il tutto. Fare quindi una lista dei padri illegittimi di questo libro sarebbe un lavoro infinito – e sarò onesta: di molti di loro non sono neanche consapevole.

Ti faccio un esempio. C’erano alcune parole che continuavano a risuonarmi: “e la chimica che lo governa”, l’ultima frase della scena dei piercing. Ho passato mesi a chiedermi da dove venissero, e soltanto un paio di settimane fa mi sono resa conto che Foscolo, in Dei Sepolcri, scrive: “e la mesta armonia che lo governa”. E ancora: quando la protagonista nasconde i libri che non le piacciono dietro i “pannoloni per adulti” strizza l’occhio a DFW – anche di questa, me ne sono resa conto dopo – e quando dice che “il passato si armonizza” sta citando Stephen King. Come puoi vedere, questo è un libro bastardo, con una genealogia ampia e confusa.


Nella bandella di destra si legge: “Marta Zura-Puntaroni è nata a San Severino Marche e vive a Siena”. In occasione di Tempo di Libri, a Milano, sono stato ospite di un amico pisano, ho incontrato un collega di Alessandria e altri ragazzi di Torino, Narni, Viterbo. Non ho bisogno di dirti che nei miei anni universitari, a Roma, ho fatto la conoscenza di fuori sede campani, calabresi, sardi.
Questo “cosmopolitismo” è indubbiamente uno dei tratti fondamentali della nostra epoca, della nostra generazione: l’insicurezza economica e la fragilità esistenziale che si porta appresso sono il prezzo da pagare per una maggiore ricchezza culturale, secondo te?

Le mie esperienze sono molto simili alle tue. Se scorro la lista dei miei contatti Facebook pianto bandierine in tutta Europa, Islanda inclusa. Ugualmente ho moltissimi amici che si sono spostati all’interno dell’Italia. E anch’io tante volte ho pensato di andare a Milano e trovare un lavoro migliore.
Di certo la nostra generazione è la più istruita, cosmopolita e precaria che ci sia mai stata in Italia. Ora io non voglio fare analisi sociologiche perché non è il mio mestiere, però davvero al “prezzo da pagare” in cambio della ricchezza culturale non ci voglio credere per nulla. Insomma non è un rapporto necessario di causa ed effetto.


Hai un blog molto seguito, Diario di una Snob, dunque sei già un personaggio pubblico. Ma quello è un settore diverso dall’editoria, e dunque: cosa si prova a esordire con minimum fax e ad avere i fari puntati contro?

Guarda, ho un blog seguito ma non sono certo un personaggio pubblico, una public figure. Non ho centinaia di migliaia di follower su Instagram o YouTube, non sono trending su Twitter. Al blog sono molto affezionata, e sono ancora più affezionata alle lettrici che da tempo mi fanno compagnia, però il libro è semplicemente un’altra cosa. Sui fari puntati contro: so bene che è un onore molto grande esordire in nichel. E se mi elenco tutti i grandi scrittori e le grandi scrittrici che hanno pubblicato in quella collana mi sale proprio l’ansia. Sarò all’altezza? Il libro piacerà? E altre domande così, all’infinito. Ma d’altra parte ti confesso che c’è pure una grande serenità, perché ho scritto il libro con grande impegno e al meglio delle mie capacità. Ora la parola spetta ai lettori. E va bene così.


Ultima domanda: hai altri progetti editoriali? O, quantomeno, conti di averne?

Il progetto editoriale per l’immediato futuro è accompagnare Grande Era Onirica. Con interviste come questa e con presentazioni. E sì voglio continuare a scrivere e ho già un’idea, qualcosa di più di un’idea, anzi. Ma un passo alla volta.

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Non è un paese per vecchi – Cormac McCarthy

Ho trovato Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy fra le migliaia di titoli usati nello stand di Libraccio a Tempo di Libri. L’ho comprato, ho iniziato a sfogliarlo sul pullman al ritorno, appena dopo aver terminato Cognetti, e l’ho finito la mattina dopo. 251 pagine lette in un giorno e poco più: un vero record per me, almeno di questi tempi.

Il nichilismo disperato di McCarthy

Questo è un libro sul male che non trascende le leggi umane. Quello che McCarthy mette in scena, incarnato in un personaggio carismatico e spietato come Anton Chigurh – antieroe e vero protagonista del romanzo – è un male umano. Un male che, citando la canzone di Cohen scelta per questa recensione, vive fra noi, ben mascherato. È il male del vicino di casa che un giorno prende e ammazza la moglie; è il male dell’assassino seriale che gira per le campagne italiane; è il male di un uomo ucciso per l’incasso della giornata.

Questo tipo di male, che non tocca le sfere celesti di una lotta fra Dio e Satana, né gli abissi raggiunti dall’umanità durante le guerre (tema quantomai attuale in questo clima da terza guerra mondiale), è tanto più inquietante perché quotidiano, comune, interiorizzato: al punto che la voce narrante, elencando i misfatti a cui ha avuto modo di assistere nella lunga carriera da sceriffo di una cittadina del Texas, li sciorina come un elenco della spesa. Ma nell’elencare uccisioni si percepisce come l’animo dell’uomo, pur temprato da anni di lotta al crimine, non riesca in alcun modo ad arrendersi al male: ogni morte è un dolore infinito a cui non ci si deve né si può rassegnare. Non ci si può rassegnare al male umano, troppo umano che pervade le nostre strade perché è compito dell’umanità – quantomeno di una parte di essa – progredire, evolvere, dirigersi verso qualcosa degno di essere ricordato.

L’uomo, stanco ma non sconfitto, non riesce a capacitarsi di ciò che ha vissuto nella caccia a Chigurh, capace di apparire dal nulla, uccidere senza sentimenti (se non un leggero cedimento dinnanzi a una donna che si è trovata solo per caso lungo il percorso) e scomparire di nuovo. Questo è un tratto tipico di questo libro, uno dei suoi segni particolari: i momenti cruciali, utili allo svolgimento della trama, spesso rimangono celati; i meccanismi grazie ai quali il villain arriva dal punto A al punto B restano nascosti, eppure ci sono. E questa cosa rende il tutto ancora più inquietante e perverso perché imprevedibile.

Il male esiste, è là fuori, ha la forma di un uomo dai lineamenti neutri e gli occhi gelidi. Ma noi non lo sappiamo.

Informazioni sul libro

Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy
Einaudi 2007
251 pagine, 12 euro
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Una cosa piccola che sta per esplodere – Paolo Cognetti

Paolo Cognetti è senza dubbio uno dei più importanti autori di racconti italiani. In occasione dell’uscita del nuovo Le otto montagne, pubblicato da Einaudi e fra i magnifici dodici del Premio Strega, ho voluto completare la mia formazione su questo autore leggendo la raccolta che ancora mi mancava (qui le recensioni di Manuale per ragazze di successo Sofia si veste sempre di nero).

La guerra fredda di Paolo Cognetti

Cognetti, almeno nei suoi racconti, è un narratore di formazione. Basta leggere le vicende legate alla Sofia della sua ultima raccolta per capire quanto siano fondamentali gli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza per comprendere, almeno in buona parte, l’uomo e la donna che si diventerà.

Questa è una verità tanto semplice quanto terrificante. In questi pochi anni abbiamo tutto in gioco: i valori in cui si crederà e che saranno alla base dell’eterna lotta fra bene e male (niente ipostasi qui: parliamo di quel bene e quel male assolutamente soggettivi, personali, post moderni); gli affetti e le relazioni che si avranno, e il modo in cui li si affronterà; le vittorie e le sconfitte, i figli che si deciderà di avere, il lavoro che si vorrà fare, i suicidi che si vorranno evitare.

Paolo Cognetti questa cosa non l’ha solamente capita, ma l’ha affrontata nei suoi racconti rendendola per quella che è: una guerra fredda (qui potrei citare una canzone di Vasco Brondi – anzi lo faccio: potete sentirla qui). È una guerra fredda quella combattuta per scoprire chi si è e cosa si vuole diventare (Pelleossa); per conoscere l’amore, compiere delle scelte che siano proprie e farsene carico (La meccanica del motore a due tempi); per diventare adulti, a volte anzitempo ma sicuramente ognuno a proprio modo (La figlia del giocatore); per capire che posto avere nella propria famiglia (La stagione delle piogge); per rendersi indipendenti dai valori familiari e affermarsi come essere unico e irripetibile nel mondo (Tutte le cose che non so di lei).

E non è un caso che la clinica per anoressiche di Pelleossa e la scuola di Tutte le cose che non so di levengano mostrate rispettivamente come una prigione, dove ognuno ha dei ruoli ben precisi e il capo deve trovare il modo di farsi rispettare, e un luogo marziale, dove vige la legge della severità (anche sessuale) pre sessantottina.

I ragazzi e (soprattutto) le ragazze di Cognetti sono dunque futuri uomini e future donne che qui, nelle poche pagine dei suoi racconti, emergono dalla pagina e camminano fra noi. Sono i nostri padri e le nostre madri; sono i nostri fratelli e le nostre sorelle; sono i nostri amici, i nostri amanti.

Siamo noi, che in ogni istante abbiamo combattuto e continuiamo a combattere la nostra guerra fredda quotidiana, di cui gli altri intravedono, spesso, solamente la fine.

Informazioni sul libro

Una cosa piccola che sta per esplodere di Paolo Cognetti
minimum fax 2007
158 pagine, 10 euro
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Grande Era Onirica – Marta Zura-Puntaroni

Marta Zura-Puntaroni esordisce con un romanzo la cui copertina è grande rivelatrice: non ci si aspetta gioia e peschi in fiore, né una storia a lieto fine (e ben venga, dico io). Leggete questo libro e poi ditemi: se questa copertina non è la seconda pelle di questo romanzo, non so cos’altro potrebbe esserlo.

Le due Marte: Zura-Puntaroni e l’Altra

Entriamo di botto nella vita di una ragazza di ventisei anni dai trascorsi neanche troppo travagliati: Marta è come tante altre persone che, per una congenita voglia di autodistruzione, tende alle dipendenze e alla ripetizione ossessiva di esperienze ed errori; una ragazza che vive con difficoltà un’esistenza in cui ogni cosa ha un peso fondamentale. Per usare le sue parole:

Come mai ogni cambiamento mi segna in maniera così irreversibile, mi lascia così priva di energia, ha bisogno di anni per essere assorbito e accettato, perché tutto mi sembra irrecuperabile?

È una condizione che molte persone vivono, a dire il vero. E qui emerge la domanda sottesa a tutto il libro: quanti esseri umani soffrono di depressione, e vivono inabissati da una patologia temibile quanto nascosta e invisibile agli occhi? Per quanti di loro, invece, una vita complicata è “semplicemente” una questione caratteriale, la conseguenza di un’estrema emotività connessa a sensibilità, sbalzi d’umore, chiusura sociale ecc.?

È qui, su questo terreno così sottile e delicato, che il romanzo di Zura-Puntaroni sgancia le sue bombe, prendendo il lettore a schiaffi in faccia, afferrandolo per le spalle e trascinandolo in un mondo cupo, ossessivo, distaccato dalla realtà. Ci si perde nei labirintici sentieri di una mente perversa, incapace di reagire e cambiare se stessa, quasi condannata a vivere le stesse esperienze giorno dopo giorno, anno dopo anno. Preda degli eventi, entra in contatto con persone altrettanto sperdute in un mondo alla deriva; persone che si fanno del male a vicenda perché impossibilitate a volersi bene e, dunque, a volerne al prossimo. Odio, invidia, rancore: questi sono i protagonisti nascosti di Grande Era Onirica.

L’autrice ha già un linguaggio suo, ed è un linguaggio feroce, brutale, viscerale, che non perdona. Questo è infatti un testo che sarebbe molto difficile da leggere se non fosse per le capacità narrative e la bellissima prosa con cui è costruito. Prosa che a volte vacilla insieme alla narrazione, ma che nel complesso regge bene le bordate del lettore, che quasi si sente in dovere di restituire i colpi, anziché porgere, cristianamente, l’altra guancia.

Informazioni sul libro

Grande Era Onirica di Marta Zura-Puntaroni (romanzo di esordio)
minimum fax 2017
180 pagine, 16 euro
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Albero di carne – Stephen Graham Jones

Brevissima premessa: con la recensione di Albero di carne inauguro il nuovo look del sito, molto più minimale e luminoso. Spero vi piaccia!

Un albero di carne nella notte

C’è qualcosa che i racconti horror devono fare, e non è spaventare. È fin troppo semplice terrorizzare qualcuno con mezzucci di basso livello, come fanno oggi certi film in cui a un certo punto qualcuno urla o qualcosa esplode. Magari dopo un lungo periodo di silenzio.

Sto parlando di insinuare con maestria quel senso di inquietudine che trasforma una storia realistica, ambientata in una qualsiasi cittadina americana e composta di persone, luoghi e giorni, in qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che sfida le leggi della fisica e i limiti della ragione, in cui la mente è costretta a perdersi – a rifiutare le conseguenze di ciò che ha letto o rischiare di cadere nella follia. Qualcosa che poi, a libro chiuso, di notte dentro casa, quasi costringe a fermarsi al limitare dell’ombra per controllare se lì, in quel buio così familiare, non ci siano le esalazioni di una bambina morta anni prima, o magari un coniglio insanguinato.

Sembra a tratti di ritrovare le geometrie impossibili di Lovecraft, o le tranquille località pronte a esplodere di Stephen King; e tuttavia la potenza di Albero di carne sta nel trasformare posti reali in luoghi di orrore, nel dilatare il tempo fino a renderlo indefinito, ma soprattutto nell’ambientare le storie in un passato lontano e impalpabile. Nei racconti di Graham Jones sono spesso bambini o primi adolescenti a trovarsi in situazioni paradossali, ma poiché le rivivono ad anni di distanza è inevitabile che sorga un dubbio in grado di modificare il senso di un racconto: ma quell’esperienza assurda vissuta una vita fa è veramente accaduta?

In ogni caso, il racconto migliore della raccolta è senza ombra di dubbio La fortuna di Lonegan. Brividi e solitudine.

Informazioni sul libro

Albero di carne di Stephen Graham Jones
Racconti edizioni 2016
355 pagine, 16 euro
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